Lorenzo Pollastri con le due figlie

Oggi il 50enne con la famiglia produce e vende direttamente ciò che coltiva e alleva. Latte crudo, uova, farine, frutta e ortaggi di stagione fatti crescere senza diserbanti chimici. Sveglia alle 5 e lavoro continuo. «Ma vuoi mettere la soddisfazione?»

22 Novembre 2013

Quando va bene la sveglia suona alle 5 (d’estate anche un’ora prima), l’ultima vacanza di tre giorni a Vipiteno risale al 2007 e una giornata lavorativa dura 14 ore se tutto fila liscio. «Ma non scambierei il mio mestiere nemmeno per un posto da dirigente da 20mila euro al mese». Lui è Lorenzo Pollastri, 50 anni («ma me ne sento addosso solo venti»), agricoltore, pardon contadino (l’ultimo che si definisce ancora tale tra gli imprenditori cernuschesi del settore), da una vita. Di più. Da almeno due generazioni e forse più. Perché Cascina Ronco, in via Ticino, nel bel mezzo della frazione periferica a est di Cernusco, era prima del padre Vittorio e prima ancora del nonno Celeste. Ad andare indietro nel tempo si arriva agli inizi del Novecento. Verrebbe da dire: quando qui era ancora tutta campagna, ma in realtà, da queste parte, è tuttora così. E gli ettari che coltiva Pollastri insieme alla moglie Rosangela, alle figlie Valeria (18 anni, studentessa alla scuola alberghiera) e Veronica (20 anni, al secondo anno della Facoltà d’Agraria), e al piccolo Alberto (9 anni), sono una buona fetta. Ventidue in totale. Ventuno in affitto, in parte anche dal Comune, e uno di proprietà. Orto compreso. Aree verdi al di qua e al di là della provinciale per Bussero che si spingono anche fino al cannocchiale di Villa Alari. Ma l’uomo più famoso di Ronco (e non ce ne voglia l’ex sindaco Giorgio Perego) non bada solo alla terra, perché di mestiere fa anche l’allevatore. Di mucche da latte. In città pochi ancora possono vantare questo titolo, tanto che si contano esattamente sulle dita di una mano. Fino al 2007 Pollastri aveva occhi e braccia solo per le sue 60 vacche. Ma quello fu l’anno della svolta. «Con mia moglie ci siamo detti: o ci ingrandiamo ampliando la stalla» racconta Pollastri, «e il progetto per fare posto ad altre 40 mucche era già pronto, oppure chiudiamo. Ma l’idea di dover continuare a lavorare per la soddisfazione di altri non mi andava giù, oltre al fatto che l’investimento da fare era molto importante». È nata così l’idea di ribellarsi al sistema e di lavorare, per così dire, in proprio. Mettendo in pratica veramente lo slogan dal produttore al consumatore. Prima, nel 2008, con l’apertura del distributore di latte crudo, poi diventando agricoltori non solo per produrre foraggio per gli animali. Oggi al banco davanti al cancello della cascina, gestito dalla moglie Rosangela e dalle due figlie (aperto da lunedì al sabato dalle 17 alle 19.30, il sabato e il martedì anche la mattina dalle 10 alle 12), si vende di tutto: ortaggi, frutta di stagione tutta biologica in fase di certificazione, ma anche salami e formaggio. Ma soprattutto farine e cereali. Di cui i Pollastri vanno particolarmente fieri. Sette specie di frumento (grano tenero, kamut, farro, orzo, avena, segale e senatore cappelli), tre tipi di mais per polente e da quest’anno il grano saraceno. «Lo scorso anno ho provato a piantarlo» spiega Pollastri, «ma non ci sono riuscito. Ho capito dove avevo sbagliato e quest’anno è un gioiello». Lunedì, dopo giorni e giorni di essiccazione (quest’anno la mietitura è avvenuta con un mese di ritardo), venti quintali di oro nero sono partiti alla volta del mulino. Lavoro finito. Ma è la punta di un iceberg. Perché in cascina non c’è mai una pausa. «Soprattutto all’inizio, dopo la decisione di metterci in proprio, è stata molto dura, in particolare per mia moglie che doveva anche mandare avanti la famiglia. Ora siamo ben rodati e, guadagno a parte, siamo felici e soddisfatti di quello che facciamo». La giornata di Pollastri inizia alle 5.30. Prima un summit a tavola davanti a una tazza di caffelatte con la moglie per pianificare la giornata, poi subito via nella stalla quando è ancora buio per dare da mangiare, da bere, pulire le 100 galline, i 50 conigli e mungere le 30 mucche rimaste che quotidianamente producono 20 litri di latte che vanno tutti a finire nel distributore automatico. Con tanti ringraziamenti per le chiacchierate quote latte e un adieu senza nostalgia ai caseifici che ancor oggi non scuciono più di 39 centesimi al litro. Alle 10.30, finito il lavoro nella stalla che si ripete uguale uguale al calar della sera, si mettono in moto i due trattori. Un 45 cavalli nuovo di pacca e un 60. «Non sono tanto grandi, ma sufficienti per il lavoro che quotidianamente dobbiamo fare» continua Pollastri. «Quando ci servono macchine più potenti o aratri particolari chiamo mio fratello che lavora in un’azienda di Bussero o qualche amico agricoltore». Pollastri ha un solo collaboratore fisso, Antonio. «Di ragazzi che vengono a chiedere una mano ce ne sono parecchi, ma scappano tutti.  Voglia di lavorare, zero. Una volta, invece, è stato qui un dirigente di un’azienda. Mi ha implorato di farlo faticare. Gratis. Aveva bisogno di staccare la spina. Non ho mai visto nessuno così felice di piegare la schiena. Quando un giorno in mezzo ai campi ha sentito le campane del Fatebenefratelli mi ha detto: Lorenzo, questo è il Paradiso». L’impegno più grande è d’estate quando bisogna irrigare. «Sono l’ultimo agricoltore che sfrutta il canale Villoresi» spiega Pollastri, «quindi quando non piove per molto tempo ho poca acqua. Per questo ho dovuto creare nuovi canali per farla arrivare nei miei terreni che bagno a pioggia o utilizzando le idrovore. D’inverno, invece, quando il Villoresi resta chiuso e non piove, devo usare anche quella potabile che porto al pozzo con le botti». Da sei anni Pollastri non usa diserbanti, una scelta che pesa sul raccolto. «Se prima coltivare una pertica di terreno mi rendeva una tonnellata di mais, oggi se sono bravo arrivo alla metà» racconta. «Per questo molti miei colleghi mi chiedono chi me lo faccia fare. Ma oltre al fatto che ho abbattuto le spese non comprando diserbanti, volete mettere la soddisfazione di vendere prodotti senza schifezze chimiche e tornare a vedere nei miei fossi lucciole, grilli, lumache e coccinelle?». Il lavoro negli ultimi anni è triplicato, «ci si ferma solo al pranzo della domenica che da noi è ancora una tradizione», ma a Cascina Ronco nessuno si lamenta. «Prima ero stufo e ho pensato anche di mollare tutto oggi, invece, sono rinato. E di questo devo ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre appoggiato, i miei genitori e i miei suoceri che ci danno una mano. Veronica e Valeria hanno un’età per cui potrebbero anche mandarmi a quel paese e dirmi: papà, arrangiati. Invece prima di indossare i panni delle ragazze della loro età, finiscono il lavoro. Per senso di responsabilità, ma anche perché sanno di farmi felice». Ma ce n’è anche per il piccolo Alberto, vero idolo di tutti i bambini della frazione per la sua collezione di trattori in miniatura: «Naturalmente nessuno lo obbliga, ma è interessato, e contribuisce facendo ciò che può fare. Ed è contento. Se poi vorrà intraprendere questo mestiere, vedremo...». Ma chi lo ha visto qualche giorno fa preparare il campo per la nuova semina sul trattore accanto al papà ha certamente pensato: Cascina Ronco ha già il suo erede. 

Alessandro Ferrari