08 Febbraio 2019

A pensarci bene, i nostri Comuni sono pieni zeppi di personaggi  con peculiarità assai specifiche. E, continuando a pensarci, tra soggetti, vicende, episodi e curiosità che noi giornalisti raccontiamo settimanalmente, di spunti per storie da romanzare ce ne sarebbero davvero a bizzeffe. Lasciando perdere la cronaca, ogni piccolo avvenimento potrebbe essere raccontato in chiave piuttosto ironica, tra macchiette e questioni che spesso nascondo anche un certo non so che di surreale. Se andassimo a ripescare nel passato, poi, chissà quanto materiale scoveremmo. In ogni caso, siamo a dir poco certi che nessuno saprebbe sarebbe in grado di farlo con la maniera unica di uno scrittore pazzesco qual è Andrea Vitali. A sentirlo parlare del suo ultimo romanzo “Gli ultimi passi del Sindacone”, edito da Garzanti, con la sua anima oratoria e quel non so che di spirito territoriale, qualche richiamo a fatti locali un po’ viene in mente: il libro dell’autore, intervenuto alla Vecchia Filanda di Pessano con Bornago ha, infatti, come protagonista un primo cittadino e la sua giunta, composta da assessori con nomi e caratteristiche che sarebbero sufficienti a far sorridere il lettore.
Lei è uno scrittore molto prolifico, eppure questo romanzo è stato scritto in un periodo molto lungo...
«La prima idea è maturata 15 anni fa. Ma mi sono accorto presto che era una stesura deficitaria, aveva bisogno di maturare nel tempo. Così è rimasto anni nel cassetto, fino a quanto mi sono reso conto che cosa gli mancasse».
E cos’era?
«C’era un personaggio che reclamava decisamente più spazio: l’assessore alla Cultura. Siamo negli anni Cinquanta, e poiché, notoriamente quello è l’assessorato di cui non frega niente a nessuno (sorride), decidono di affibbiarlo a una donna, Pericleta Beregini, una maestra, per di più zitella. Una cosa assai rara, dal momento che nella mia Bellano ho notizie del primo consigliere comunale donna negli anni Settanta. Insomma, nella prima stesura questa Pericleta era un personaggio tra tanti, ma più ci pensavo più mi rendevo conto che il suo potenziale era ben maggiore. Sentivo che reclamava più spazio, aveva la necessità di essere più presente. E così ho fatto, dandogli un ruolo indispensabile».
Lei ambienta le sue storie sul lago, nella sua Bellano in particolare. Quanto nei suoi personaggi c’è di vero? Capita che qualcuno si riconosca?
«Capitano episodi molto simpatici, di persone che mi dicono: “Ah, ho capito di chi volevi parlare, di Tal dei Tali”. E poi aggiungono cose tipo: “Comunque le cose non sono andate come dici tu, ma così” e raccontano, offrendomi nuovi spunti per le mie storie. In realtà io cerco sempre di allontanarmi dalla realtà, prima di tutto usando nomi particolari, desueti o inventati. In più allontano nel tempo le storie».
A proposito, come mai?
«Perché l’epoca passata, quella che va dagli anni Trenta ai Cinquanta, ha una potenzialità narrativa pazzesca. Nel mio romanzo “Le mele di Kafka”, per esempio, tutto inizia con una telefonata che parte dalla Svizzera e arriva a Bellano. Questo momento dedicato alla telefonata, a causa del fatto che all’epoca comunicare era assai difficile, dura tre capitoli. Oggi, con cellulari, WhatsApp e quant’altro, quell’episodio sarebbe durato due righe».
Quindi, com’è il suo rapporto con la tecnologia? Come scrive?
«Sono entrato a passi lenti in questo mondo moderno, quando ho capito che si tratta di un campo in continua espansione. Ma per quanto mi riguarda, io scrivo ancora a mano, con la mia fedele matita. Prima di tutto perché mi dà la possibilità di scrivere in qualsiasi condizione, e poi perché mi dà un profondo senso di artigianalità. Anche il lavoro dello scrittore ha a che fare con questo mondo, siamo degli artigiani delle parole. La matita mi dà questa grande sensazione di creare e fare quella cosa per la quale mi sento di essere nato».
Qualche anticipazione sulla trama?
«Il sindaco, Attilio Fumagalli è un uomo pingue, anzi di più, soffre di obesità androide, nel senso che il grasso ce l’ha tutto attorno all’addome. Non gli ho dato un’età, lo immagino sui 50. Sposato con Ubalda Lamerti, senza figli, ed è un ragioniere. Per vincere quel senso di vuoto che a volte lo aggredisce, più che per uno slancio ideale, si è dato alla politica nelle file della Democrazia Cristiana e sfruttando il giro della propria clientela è riuscito a farsi eleggere sindaco di Bellano. Per tutti, e per ovvie ragioni, lui è il sindacone. L’attività istituzionale non lo occupa più di tanto. Oltre al disbrigo delle formalità correnti, riunisce la giunta ogni due mesi, due mesi e mezzo. Ultimamente, però, sotto questo aspetto, il sindacone sembra aver impresso una svolta. Convoca la giunta ogni dieci giorni, a volte anche ogni settimana. Una voce o due all’ordine del giorno, una mezz’oretta di riunione e ciao. Fino a quando, il 24 dicembre 1949, supera ogni limite: indice una riunione per la sera della vigilia di Natale. Per discutere di cosa? In ogni caso, succede qualcosa, e toccherà a tutti i personaggi della giunta correre in soccorso del sindacone, per salvare l’onore suo, ma anche del Comune stesso».
Eleonora D’Errico



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