11 Gennaio 2019

Davide Verazzani, teatrante classe ’65, da un paio d’anni ormai è una delle figure di punta di Oltheatre, organizzazione artistica che tra teatro, cinema e musica sta ridando vita al De Sica, struttura simbolo della vita culturale di Peschiera. L’abbiamo incontrato per una piacevole chiacchierata.
Prima domanda, forse un po’ scontata: come ti sei approcciato al teatro?
«A 40 anni, dopo una vita spesa tra documenti contabili e formazioni aziendali».
Ah, non proprio un percorso convenzionale quindi…
«Direi proprio di no. In realtà la passione c’è sempre stata fin dalle medie, poi la vita ti mette davanti a scelte pratiche che influenzano il tuo percorso e io, quando ero più giovane, ho messo da parte il sogno di iscrivermi all’accademia di teatro per costruirmi, professionalmente parlando, un futuro più sicuro».
A quanto pare, però, alla fine i sogni hanno avuto la meglio.
«Sì, come spesso accade. Anche se il mio lavoro di consulente e manager mi è sempre piaciuto. Ma è solo sul palco che mi sento davvero me stesso».
Torniamo a noi. Come hai iniziato?
«Frequentando un corso serale di teatro. Sono poi passato dalla scuola Teatri Possibili che mi ha formato in maniera profonda. Ma a darmi la spinta che mi serviva sono stati i numerosi workshop a cui ho partecipato in quegli anni: la creazione di uno spettacolo, quello che succede dietro le quinte prima che il sipario si alzi, è lì che ho trovato me stesso. A quei tempi mi interessava solo creare, e ho trovato nella mia prima compagnia teatrale, composta con altri tre allievi non professionisti, lo spazio giusto per crescere in questo campo».
Di che anni parliamo?
«Intorno al 2009. Lavoravamo ogni anno a un testo diverso da cui era già stato tratto un film. Un’esperienza esaltante che mi ha responsabilizzato sul palco».
Possiamo quindi dire che stava diventando un vero e proprio lavoro?
No, era ancora un hobby, non riuscivo a guadagnare. Però sono stati anni molto emozionanti in cui ho capito che sarei morto per il teatro».
Quando il salto di qualità?
«Intorno al 2014 ho inventato la rassegna “Fatti di Storia” che propongo tuttora al De Sica e che mi sta dando grandi soddisfazioni. È stato allora, quando ho unito alcune delle mie più grandi passioni, come la storia e la musica, che ho fatto il salto che aspettavo. Prima ho scritto un testo sulla vita di Neil Aspinall, discografico e manager dei Beatles, che ho prodotto per diverse compagnie, anche all’estero, e con cui ho partecipato al famoso Fringe Festival di Edinburgo, come autore».
E in patria il pubblico come reagiva ai tuoi lavori?
«Ti rispondo facendo riferimento a una delle mie prime opere: la storia di una delle casate milanesi degli Sforza».
L’ho vista,  lavoro davvero originale.
«A quanto pare l’hanno pensato in molti. Dopo averlo proposto in diversi spazi di aggregazione culturale e biblioteche, l’ho messo in scena durante l’Estate Sforzesca organizzata dall’assessorato alla Cultura nel 2016: un successo enorme e inaspettato, con oltre 500 persone. Davvero gratificante».
Secondo te cos’è che piace del tuo modo di fare teatro?
«Il mio è un teatro di parola, molto minimale: ci siamo io, il palco, una luce e la mia storia. Evidentemente la gente si sente coinvolta da questa semplicità che ricorda l’intimità di un racconto narrato intorno al fuoco. Io cerco di metterci del mio, dando la giusta enfasi e interpretazione, ma è il pubblico che arricchisce i miei monologhi».
E il pubblico di Peschiera come ha reagito fino ad ora ai tuoi spettacoli?
«Più che bene. E devo ringraziare Chiara Valli, la direttrice del teatro, e i ragazzi di Oltheatre, che mi hanno voluto».
Quindi Chiara la conoscevi già?
«Certo! All’inizio mi aveva consultato perché l’aiutassi con la rassegna cinematografica che stava mettendo in piedi, ma una volta visto il De Sica…».
Un autentico gioiello, non è vero?
«Assolutamente sì! Una struttura enorme e curata nei minimi dettagli, un posto che farebbe gola a qualunque artista. Voi peschieresi siete davvero fortunati».
Bisogna ammettere che la nuova gestione sta facendo un ottimo lavoro.
«Vero, ci mettono il giusto entusiasmo e professionalità, oltre ad avere delle doti artistiche grandiose. Quest’anno mi hanno riservato ben 5 spettacoli».
Ce ne parli?
«Racconterò alcune vicende storiche sorprendenti dandogli un taglio moderno, portando gli spettatori dentro gli avvenimenti. Ho raccontato della tregua di Natale tra i soldati inglesi e tedeschi durante la grande guerra, della storia di Johann Trollman, campione di pugilato di etnia rom nella Germania nazista e anche quella di Peter Norman, atleta australiano coinvolto nella protesta per i diritti civili delle Olimpiadi del ’68».
Tutte storie davvero incredibili…
«Credo di aver trovato la mia strada e ora, dopo aver fatto anche qualche esperienza cinematografica, vorrei portare i miei racconti in giro per l’Italia».
Altri progetti in serbo?
«Sto lavorando per portare Fringe Festival nel mio quartiere, NoLo, che sta vivendo una profonda trasformazione socio culturale. Vorrei poter accendere la mia luce in queste strade, contribuendo a illuminare la città. Ci credo moltissimo».  
Mattia Rigodanza



Scarica il PDF dell'edizione 1-2019 (11.4 MB)