13 Febbraio 2024

Carnagione argentata, vestito futuristico e voce metallica: questo è il pioltellese Andrea Majocchi mentre veste i panni del tastierista dell’Universal Band, il gruppo tributo ufficiale dei Rockets. Proprio come l’originale complesso elettronico francese, la band conta cinque membri e Majocchi, musicista anche per professione, sale sul palco accompagnato da Mauro Berton (basso) e Alberto Deponti (chitarra), provenienti dal milanese, e i romagnoli Davide Cicognani (voce) ed Enrico Carosio (batteria). Insieme attingono ai migliori successi dei Rockets, con un repertorio legato proprio alla loro fase argentata che va dal 1978 al 1982. E dopo i palchi delle sagre e delle convention dei più appassionati del gruppo, sabato 3 febbraio l’Universal Band è sbarcata in prima serata su Rai 1 partecipando a “Tali e Quali”, il programma di varietà di Carlo Conti, che vede impegnati diversi concorrenti nell’imitazione di celebrità del mondo musicale. Abbiamo così incontrato Majocchi per farci raccontare come sia andata.

Quando si è formato il gruppo?

«La band è nata nel 2003 e ci siamo ritrovati su internet. Non esistevano ancora i social, ma facevamo parte di un forum dedicato ai Rockets. Ci siamo riconosciuti come musicisti e abbiamo avuto l’idea di organizzare un raduno con tutti i fan e fare un concerto. Doveva essere solo uno, ma poi è stato un grande successo e così abbiamo proseguito, anche se nel tempo la nostra formazione ha subito diversi cambiamenti. Io, infatti, sono l’unico che è nel complesso sin dalle origini».

Che clima si respira ai vostri spettacoli?

«Il nostro pubblico è composto principalmente da adulti fra i 45 e i 65 anni. Quando ci esibiamo nelle feste di paese, capita che vengano in compagnia dei figli e la serata diventa un bel momento di nostalgia. Spesso, infatti, vediamo padri di famiglia che cantano a squarciagola o addirittura si commuovono. In realtà, però, le nostre performance sono divertenti anche per i più giovani e questo proprio per gli effetti speciali».

Curate tutto voi, dalla musica alla scenografia?

«Si, confezioniamo personalmente i nostri costumi e di solito ci occupiamo anche delle luci».

Di recente, però, avete calcato un palco molto diverso da quelli a cui siete abituati, quello di “Tali e Quali”. Come avete deciso di partecipare al programma?

«La storia è molto curiosa. L’anno scorso abbiamo mandato un video tramite il sito della Rai. Abbiamo caricato una nostra performance completa, nonostante fosse richiesta solo una clip in cui il cantante si esibisse a cappella, però ciò era mortificante per il nostro tipo di spettacolo. Pensavamo ci avessero scartati e invece successivamente siamo stati contattati dai produttori. In realtà, poi, abbiamo saputo che loro non avevano mai visionato la nostra audizione ma, dopo averci scoperto sui social, avevano deciso di chiamarci e per questo siamo rimasti molto lusingati».

Quali sono i segreti del dietro le quinte della trasmissione?

«Non pensavamo che la nostra presenza fosse richiesta per così tanti giorni. Siamo stati, infatti, a Roma una settimana intera durante la quale abbiamo fatto diverse prove in studio e abbiamo lavorato con le coach Maria Grazia Fontana ed Emanuela Aureli che ci hanno aiutato molto».

Parlando della puntata, Carlo Conti e la giuria erano come vi aspettavate?

«Avevamo avuto già l’impressione che Conti fosse appassionato dei Rockets, visto che li aveva anche invitati come ospiti in altri programmi. E, infatti, si ricordava diversi titoli delle loro canzoni ed è stato molto carino con noi. Per quanto riguarda i giudici abbiamo pensato, invece, che non li conoscessero abbastanza».

E qual è stata la reazione da parte del vostro pubblico?

«Ci sono stati tanti complimenti e abbiamo anche registrato un aumento vertiginoso degli accessi alle nostre pagine social e delle visualizzazioni dei video. Numerose anche le critiche nei confronti della classifica finale che ci ha visto in ultima posizione. Tutti hanno pensato che fosse stata premiata la capacità vocale e non la somiglianza reale con il personaggio».

Siete rimasti delusi da questo?

«In realtà penso che sia stato meglio così. Arrivare ultimi ci ha consentito di far parlare più di noi».

Avete mai avuto l’opportunità di conoscere i Rockets originali?

«Da questo punto di vista siamo un tributo molto fortunato proprio perché sono un gruppo che ha avuto una fama circoscritta all’Italia e agli anni 80. Abbiamo incontrato molti suoi componenti e conosciamo soprattutto Fabrice Quagliotti. Si può dire che sia proprio un nostro amico: spesso lo invitiamo a suonare con noi e lui ricambia ospitandoci nelle sue esibizioni. La band, infatti, continua a suonare anche se Fabrice è l’unico della formazione originale e noi prendiamo parte ai suoi spettacoli anche per ricordare com’erano i Rockets una volta».

Da che cosa nasce questa passione così grande per il gruppo e che la spinge a suonare in una loro tribute band?

«I Rockets sono esplosi negli anni in cui io ero adolescente, periodo della vita in cui forse era più facile rimanere impressionati. Mi ricordo quando sono andato al loro concerto a Milano nel 1980: vedere Fabrice circondato da tastiere che emettevano suoni spaziali è stato un flash che mi ha spinto ad approfondire il discorso musicale e soprattutto il genere elettronico».