18 Novembre 2016



L’epicondilite è una tendinopatia inserzionale: si riferisce cioè a quella parte in cui il tendine si inserisce sull’osso, che, in questo caso, è l’epicondilo omerale.
In questa sede sono numerosi i tendini coinvolti, ma solo uno di essi va incontro a questa forma degenerativa-infiammatoria: parliamo di quel tendine del muscolo estensore radiale breve del carpo, che permette di estendere il polso.
Dottoressa Di Stefano, l’epicondilite è anche chiamata “gomito del tennista o del golfista”. Ma è una prerogativa solo di questi sportivi?
No, questa patologia colpisce non solo atleti, professionisti e non, di altre discipline, ma anche lavoratori che utilizzano in modo eccessivo il gomito quali pittori, carpentieri, muratori, addetti al computer. L’incidenza è pari all’1-3% della popolazione di età compresa tra i 30 e i 50 anni, e al 15% dei lavoratori dei settori a rischio.
L’epicondilite è un disturbo di carattere invalidante per le complesse funzioni motorie nelle quali è coinvolto il gomito: senza una giusta terapia può cronicizzare causando limitazioni nelle funzioni del gomito e dell’avambraccio.
Quali sono i sintomi?
Il sintomo classico è il dolore localizzato nella regione laterale del gomito, che talvolta arriva fino alla regione radiale dell’avambraccio, e si risveglia con i movimenti di prono-supinazione, quelli cioè che vengono utilizzati anche quotidianamente per esempio per avvitare-svitare, aprire una serratura, una maniglia, il tappo di una bottiglia.
A chi ci si deve rivolgere?
La visita specialistica del fisiatra o dell’ortopedico è fondamentale per arrivare a una corretta diagnosi, perché solo con una giusta diagnosi si può prescrivere la terapia più appropriata al paziente.
Come si diagnostica l’epicondilite?
L’esame obiettivo metterà in evidenza dolorabilità più o meno spiccata a livello dell’inserzione dei muscoli epicondiloidei, talvolta accompagnata da contrattura degli stessi e dolorabilità dell’avambraccio, a cui si può aggiungere anche gonfiore.
Anche se la diagnosi è prevalentemente clinica, occorre eseguire esami quali l’ecografia e l’esame radiologico,  necessari per mettere in evidenza calcificazioni, flogosi ed eventuali borsiti.
Quali sono i trattamenti d’elezione?
Il trattamento dell’epicondilite è nella maggior parte dei casi conservativo, cioè senza interventi chirurgici a cui si  arriva solo in rari casi.
L’approccio può essere sia farmacologico che fisioterapico.
La terapia farmacologica consiste nella somministrazione di FANS per via orale o transcutanea, accompagnata da utilizzo di integratori: ce ne sono diversi in commercio, ma contengono tutti i componenti principali dei tendini tra cui il collagene e i mucopolisaccaridi; si possono fare inoltre infiltrazioni con cortisonici con e senza anestetici locali o con acido ialuronico, e infiltrazioni con gel piastrinico.
Il trattamento fisioterapico consiste nell’utilizzo di terapie fisiche antalgiche e antiinfiammatorie locali quali la laserterapia, gli ultrasuoni, la tecarterapia, le onde d’urto extracorporee. Si prescrivono in media 10 sedute, 2 o 3 volte alla settimana.
Il successo della terapia fisica però dipende anche dall’associazione con esercizi di stretching e massoterapia della muscolatura coinvolta, e con utilizzo di tutori che mettano a riposo i tendini dei muscoli coinvolti.
Questi trattamenti hanno lo scopo di controllare il sintomo, il dolore e il processo infiammatorio, favorire la guarigione dei tessuti, ridurre il sovraccarico meccanico e migliorare la qualità della forza, resistenza e flessibilità dell’arto affetto da epicondilite.
 



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