08 Giugno 2018

II bambini di Chernobyl rallegrano la vita dei pioltellesi. Lo sanno bene i coniugi Ferri, Luca e Cristina, che insieme alla figlia Clarice compongono una delle famiglie coinvolte nel progetto con il quale si dà ospitalità a 20 giovanissimi bielorussi provenienti dalle zone maggiormente colpite dal disastro nucleare del 1986. Parlando con loro non è difficile rimanere impressionati dall’entusiasmo che un’esperienza simile può trasmettere. «È il terzo anno che partecipiamo a questa iniziativa e non potremmo esserne più contenti», assicura Cristina. «Un mese sembra poco ma, oltre agli effetti benefici che questo lasso di tempo ha sulla loro salute, è il periodo giusto per riuscire a vivere emozioni che la quotidianità non ti regala più. Con questi bambini abbiamo ricominciato a stupirci delle piccole cose, proprio come fanno loro. D’altronde la nostra società ha perso proprio questo: la facoltà di meravigliarsi davanti alle gioie della vita. È tutto troppo scontato per noi, mentre questi bambini sembra che stiano vedendo il mondo per la prima volta in vita loro. È un’emozione grandissima. Per esempio, ieri a tavola gli ho dato una banana e Jury, il ragazzino che ospitiamo a casa nostra, è corso in camera a mangiarsela, contentissimo. Probabilmente questo è anche dovuto dal fatto che vive con 9 tra fratelli e sorelle e la sua non è di certo una famiglia ricca. Non dico che a casa sua gli manchi il cibo, ma in una situazione di abbondanza come la nostra è normale che si senta libero di non condividere certe piccole cose». Già. I bambini del progetto Chernobyl arrivano da situazioni che spesso sono l’espressione di un profondo disagio sociale. Nelle aree vicino alla zona della catastrofe l’economia è ovviamente ridotta alla mera sussistenza e la maggior parte delle famiglie si coltiva lo stretto necessario per sfamarsi rischiando di nutrirsi con cibo contaminato. Le poche realtà positive sono legati a chi occupa posti di lavoro statale. In ogni caso la povertà e la malattia creano crepe considerevoli nei nuclei famigliari, tant’è che spesso ci troviamo di fronte a bambini che non vivono con entrambi i genitori. Per non parlare dell’alcool, piaga quasi insanabile. Da queste storie si capisce come spesso i bambini siano così irruenti e vivaci, e dietro un leggero velo di timidezza nascondino una voglia sfrenata di scoprire cose nuove.  «Tra una settimana andranno al mare per qualche giorno, in modo da respirare aria sempre più pulita, ma alla fine hanno sempre voglia di tornare qua e continuare la loro esperienza con noi», continua Cristina visibilmente emozionata. «Come dargli torto d’altronde. Qui hanno la possibilità di condividere tra di loro quello che gli accade nelle nostre case e quello che imparano. L’unica cosa a cui dobbiamo stare attenti è di non concedergli tutto subito, ma lasciare che pian piano scoprano le distrazioni a cui i nostri figli sono abituati. Le famiglie che hanno bambini della loro età, inoltre, devono fare in modo che non si creino piccoli conflitti, perché ovviamente agli ospiti vengono concesse cose che non sono accessibili tutti i giorni ai nostri figli per evitare che conducano una vita troppo sregolata e malsana. Penso alla Coca Cola a tavola, ma è solo un esempio. Questi comunque sono solo dettagli, piccolissimi ostacoli facilmente superabili con la felicità di partecipare a questo progetto benefico. Anche dopo tre anni la voglia di aspettarli all’aeroporto il primo giorno e la tristezza di vederli andar via dopo un mese è la stessa. Questa esperienza ci ha insegnato che per fare del bene ci vuole davvero poco e che, al tempo stesso, aiuta a stare bene. Quello che succede con questi bambini è uno scambio di vantaggi immenso. Loro imparano cose nuove e noi impariamo a stupirci come facevamo un tempo, a rimanere meravigliati dal mondo. Poi loro, giustamente, devono tornare dai loro genitori, e a noi non resta che aspettare l’anno successivo».
Mattia Rigodanza



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