23 Ottobre 2015

Expo Milano 2015 è stata una grande opportunità sotto molti punti di vista: la principale è stata quella economica. Expo ha portato alla Lombardia e, più in generale, al Nord d’Italia, turisti e visitatori da tutto il mondo. L’Esposizione Universale è stata, infatti, un grande successo: a fine ottobre è previsto il raggiungimento della quota di 20 milioni di visitatori nei sei mesi.
L’afflusso di visitatori è stato incrementato, soprattutto nei mesi di settembre e ottobre, dalle scolaresche di ogni ordine e grado provenienti da tutta Italia.
La loro straordinaria presenza al sito di Rho ha complicato un po’ la macchina organizzativa, creando situazioni di lunga attesa sia ai cancelli sia all’ingresso di alcuni  padiglioni.
Avvicinandosi il tempo dei bilanci, vorremmo tentarne uno dalla parte degli studenti, uno che tiri le somme a partire dal clima di attesa (alzi la mano chi a scuola non ha dovuto cimentarsi con l’argomento Expo), di polemica, di contrapposizione tra l’eterno scetticismo di chi vuole remare sempre contro e la coraggiosa speranza di chi ha scelto la carta dell’orgoglio nazionale.
Già, orgoglio nazionale, perché se c’è una cosa che abbiamo imparato, è che il cosmopolitismo, quel concetto su cui abbiamo speculato nelle ore di italiano, filosofia e storia, non può darsi se si  prescinde  dal riconoscimento della propria identità.
Molti di noi si sarebbero aspettati, anche senza troppo entusiasmo, numerose iniziative dedicate a studenti e professori o, almeno, di procedere seguendo itinerari ideati in classe secondo precise logiche didattiche. D’altra parte, i percorsi consigliati aiuterebbero, sulla carta, a sfruttare al meglio la giornata fuori dai banchi; in realtà molto spesso, a causa delle code e della congestione generale, l’unico criterio da seguire è quello della ricerca di spazi più quieti, dei cluster e dei padiglioni più defilati e di minore appeal mediatico, dove si è spesso oggetto di una straordinaria accoglienza e testimoni di una sorprendente ricchezza culturale.
Un’esperienza davvero premiante e ben organizzata, anche perché offerta su prenotazione, è la visita del Parco della Biodiversità; questo spazio, con i soi orti e i suoi giardini, viene illustrato e raccontato da alcuni studenti della facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano. Colpiscono, appena entrati, alcune teche contenenti più di 1600 semi provenienti da piantagioni di tutto il mondo. È stato particolarmente interessante seguire il progresso biologico che ha caratterizzato lo sviluppo della spiga di grano così come la conosciamo oggi. Il giardino esterno è, invece, dedicato ai differenti tipi di vegetazione del paesaggio italiano dal Trentino alla Sicilia. Tecnologico e interattivo, il Parco della Biodiversità è sicuramente un vincitore di questa esposizione universale; le nozioni apprese in tante ore dedicate allo studio delle Scienze naturali e della genetica, sono state rese chiare e forti proprio dalla passione e dalle capacità comunicative degli studenti universitari.
Probabilmente molti giovani visitatori hanno riflettuto sulle possibilità di studio e lavoro offerte dai settori agricoli e alimentari.  L’economia fa il suo giro e riscopre le proprie radici: terra, acqua, semi, fiori, frutti, la società perfetta delle api, il bisogno di non lasciare indietro nessuno: nutrire il pianeta, di pane innanzitutto, ma non solo.
Girando in uno spazio relativamente piccolo come quello dedicato all’esposizione universale, si ha davvero l’impressione di fare il giro del mondo in una sola giornata. Anche per noi nativi digitali, abituati a raggiungere virtualmente ogni angolo del pianeta, è interessante riflettere sulla esperienza materiale e insostituibile di un sorriso, di un odore, di un sapore. Anche se virtualità e multimedialità rimangono al centro della scena, si matura la consapevolezza che la conoscenza deve sostanziarsi di altre esperienze che non sono surrogabili: l’incontro, lo scambio, la relazione personale. Questa riflessione ne porta un’altra altrettanto importante: quanti dei paesi presenti a Expo si possono oggi visitare in sicurezza, quanti sono avvelenati dall’esplosione della crisi economica, del fanatismo, dell’intransigenza e della violenza? Inoltre, come va letto il divario tra la sontuosità di alcuni padiglioni, progettati e realizzati dai migliori architetti a livello mondiale, e la semplicità ed essenzialità di molti cluster?
Alla fine della sua visita al sito di Expo, stremato per i chilometri macinati percorrendo avanti e indietro il decumano, cercando il profilo di Palazzo Italia e dell’Albero della Vita, uno studente non può fare a meno di chiedersi che ne sarà, alla fine di ottobre, di tutti gli edifici e dell’intera area dell’esposizione.
Il destino di alcuni padiglioni è già chiaro: Palazzo Italia rimarrà e sarà memoria storica di questo 2015, così come la Cascina Triulza, edificio presente nell’area già prima di Expo; il padiglione del Kazakistan sarà, invece, smontato e in parte rimontato nella sede di Expo 2017 per rappresentare una continuità con Milano 2015; la gran parte dei padiglioni resterà solo nelle foto e nella memoria dei visitatori. E l’area nel suo complesso? C’è chi dice che sarà trasformata in una cittadella amministrativa, chi pensa invece a un polo di ricerca. L’ipotesi più apprezzata resta comunque quella che vorrebbe la nascita di un polo universitario. Parola di studenti!
gli studenti dell’Istituto Machiavelli
Elisabetta Perri e Andrea Rossi



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